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PRIMA PARTE
Una storia di impresa, meeting e alberghi
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La comunicazione d’impresa, esordì il senior
partner della Promocom, è un fattore strategico perché
è l’unica componente su cui si può operare
per la formazione delle aspettative del cliente, e in secondo
luogo corrisponde alla nuova caratteristica della “fabbrica
aperta”, per dirla con un termine tipico della produzione.
Essendo strategica, la comunicazione d’impresa deve
avere una finalità e un contenuto coerente.
Essa quindi non è solo una tecnica, ma innanzitutto
una componente della cultura dell’impresa, da comunicare
e da rafforzare.
Per cultura d’impresa si può intendere l’insieme
dei valori, dei comportamenti, delle storie, delle relazioni,
delle immagini e della comunicazione che la caratterizzano.
Esiste quindi una sostanziale correlazione tra la comunicazione
e la cultura. Anche in questo caso aveva ragione l’innovativo
Presidente di Neover nel proporre una cultura collegata alla
costruzione di strategie comunicazionali affidate al Direttore
di Produzione, ormai facente le funzioni di Direttore Generale.
La connessione tra cultura e comunicazione è data dall’immagine
che l’Azienda proietta sui suoi pubblici di riferimento,
dai clienti ai collaboratori, ai fornitori, al settore produttivo,
alla comunità.
L’immagine è inevitabile, come la comunicazione,
ed è costituita da ciò che l’azienda dice,
ma di più da come l’azienda si comporta.
La migliore scelta in questo caso è quella di presentare,
attraverso la comunicazione, un’immagine veritiera con
un’illustrazione corretta delle finalità e delle
potenzialità qualitative dell’azienda. Ciò
potrà rafforzare la più importante delle dimensioni
del servizio valutate dal cliente, l’affidabilità.
L’immagine pertanto è in diretto collegamento
con la corporate identity (l’identità dell’impresa)
che è il complesso della sua cultura, della struttura
organizzativa, dei processi produttivi, delle pratiche e degli
stili quotidianamente attivati dal management e dagli operatori.
Occorre di conseguenza una gestione dell’immagine aziendale,
espressione significativa dell’identità.
L’immagine è il “volto dell’organizzazione”
e come tale è ciò che innanzitutto vedono i
clienti, i fornitori, i partners nel business.
Esiste di conseguenza una correlazione identità/immagine/comunicazione,
intendendosi quest’ultima come l’insieme di strategie
e di operazioni utili a creare relazioni positive con gli
interlocutori. E in questo è fondamentale la costruzione
di un’immagine “ok”.
Infatti l’immagine dell’azienda è sostanzialmente
la percezione che di essa hanno persone e organizzazioni interessate
alla sua azione (spesso per definire questi pubblici si usa
il termine stakeholders).
Naturalmente la stessa logica della relazione e della personalizzazione
del servizio porta a curare immagine, e quindi modalità
di comunicazione divise secondo i vari interlocutori, ma sostanzialmente
con alcuni tratti costanti fondati sull’affidabilità,
la qualità e l’eccellenza dei prodotti, dei processi
e delle persone dell’azienda.
Va sottolineato che anche l’immagine percepita dai collaboratori
è fondamentale per il successo dell’impresa.
Risulta indubitabile il fatto che un’immagine positiva
e vincente innesti un “circolo virtuoso” anche
per i collaboratori, che ne saranno ulteriormente motivati.
Paolo Navini interruppe l’amico/consulente per sottolineare
la sua condivisione di queste affermazioni. Ricordava infatti
benissimo gli stati d’animo suoi e dei collaboratori
in relazione all’immagine percepita dell’azienda
in cui operavano.
All’inizio della sua carriera tutto ciò non era
importante, ma la ricerca dell’esasperata riduzione
dei costi e una certa trascuratezza negli ambienti di lavoro
non erano certamente fattori motivanti.
Nella multinazionale presso la quale aveva lavorato ricordava
ancora con un certo fastidio, il divario tra l’immagine
pubblicitaria moderna e sorridente che l’azienda voleva
dare di sé e il clima competitivo, di sfiducia che
regnava tra i dirigenti e il sostanziale scarso rispetto verso
i collaboratori, che così venivano demotivati.
Non c’era paragone con l’immagine positiva della
Neover. Il Presidente stava lavorando con costanza alla costruzione
di un’identità aziendale coerente nelle diverse
componenti culturali, organizzative, produttive, relazionali
ed umane.
Porre al centro del successo aziendale le persone e le relazioni
non era uno slogan, ma una pratica che si voleva sempre più
efficacemente affermare.
Certamente alla base di tutto questo c’era la visioning
aziendale, cioè l’insieme dei valori, della missione
e della visione futura che caratterizzava la Neover.
Paolo Navini raccontò all’amico/consulente del
suo stupore, quando fu convocato con altri dirigenti nella
sala riunioni per un incontro con il Presidente.
Si era all’inizio di quell’esperienza aziendale
e lui, sulla base delle esperienze precedenti, credeva di
dover parlare di budget, di costi, di scelte produttive.
Il Presidente invece disse che tutto questo andava bene, ma
dopo. Cosa e come operare era certamente importante, ma ancora
prima era necessario sapere perché operare, quale scopo
dare all’azienda, quale configurazione futura avrebbe
dovuto assumere per essere capace durevolmente di produrre
valore.
Nel primo lavoro collettivo pertanto il Presidente e i più
alti dirigenti individuarono i valori che dovevano ispirare
il comportamento organizzativo in azienda. Scrissero la carta
dei valori dove si parlava di soddisfazione del cliente e
degli altri stakeholders, di creazione di valore, di armonia
organizzativa, di qualità ed eccellenza.
Definirono anche la missione della Neover, impegnandola a
diventare un’impresa leader nell’innovazione di
prodotto e di processo in riferimento al settore delle vernici.
Infine disegnarono lo stato futuro desiderato dell’azienda,
allineandolo ai modelli più avanzati dell’azienda
aperta, integrata con il suo ambiente, capace di fare sistema
con tutti i suoi stakeholders.
Fabio Sala gli rispose dicendo che era la via giusta, e di
ciò ne era convinto anche perché prima di fare
quegli incontri il Presidente era stato da lui per una consulenza
in merito.
Mentre facevano queste valutazioni, si erano come al solito
spostati nell’area fumatori per il caffè e le
due sigarette che Paolo Navini doveva assolutamente fumare.
Dopo la pausa di “ossigenazione” tornarono nella
sala riunioni per concludere l’incontro. Fabio Sala
gli disse che valori, missione e visione erano importanti
elementi dell’identità aziendale, da comunicare
e promuovere almeno quanto il prodotto, per il successo delle
relazioni aziendali e del business.
Una volta definita consapevolmente l’identità
aziendale si poteva certamente impostare in modo efficace
una strategia della comunicazione e della promozione aziendale.
Alla conclusione del loro incontro affermò che la comunicazione
e la promozione si potevano attivare con varie iniziative
e modalità, le principali delle quali erano l’immagine
coordinata, la pubblicità, le relazioni pubbliche,
l’incentivazione delle vendite, le sponsorizzazioni,
le esperienze fieristiche, le convention e le presentazioni
di prodotto.
Data la finalità del lavoro di consulenza, gli avrebbe
parlato di alcune di queste, quelle riferibili agli eventi
aggregativi. Ma ne avrebbero discusso la prossima settimana.
Si lasciarono riconfermandosi l’appuntamento a cena
per la sera successiva con le mogli.
Il sushi era particolarmente buono al ristorante multietnico
dove avevano prenotato un tavolo.
Ciò che metteva in difficoltà Paolo Navini e
sua moglie erano quei terribili bastoncini, con i quali il
cibo doveva essere portato alla bocca.
La fatica era ardua ed a un certo punto Anna rinunciò
e chiese le comode posate occidentali.
Paolo Navini era un tipo che non si scoraggiava, e ciò
lo aveva sicuramente aiutato nella carriera professionale.
Inoltre provava una certa invidia verso Fabio Sala che gli
stava di fronte e che con noncuranza ed abilità consumata
usava i bastoncini per gustare il famoso piatto giapponese.
Anche sua moglie Francesca non aveva grandi difficoltà,
se non altro perché seguiva il marito nelle sue preferenze
per la cucina e la cultura orientale in generale.
A Paolo Navini, che era alla sua prima esperienza con il Giappone
a tavola, non parve vero quando un ingrediente del piatto,
una pasta verde, rimase attaccato ai bastoncini. Temendo che
cadesse la portò velocemente alla bocca e la inghiottì.
Era rafano. Fiammeggiando prese al volo la bottiglia dell’acqua
e bevve con la massima velocità più bicchieri.
A parte questo piccolo incidente, la serata trascorse piacevolmente,
anche perché Paolo Navini era un ottimo conversatore
e sapeva raccontare con grande successo le barzellette, memore
delle sue esperienze teatrali giovanili.
Nella settimana successiva Paolo Navini a Verona fece una
serie di incontri fondamentali con clienti nazionali ed esteri,
che erano entrati in contatto con la Neover. Alle riunioni
partecipava con funzioni di segreteria la sua nuova assistente
di direzione, che suscitava gli sguardi di ammirazione degli
interlocutori.
Dopo gli incontri si fermò a lungo in ufficio con lei
per sistemare gli appunti e organizzare la pianificazione
degli ordini. Non si dimenticò più tardi di
completare la dose di telefonate giornaliere alla moglie.
Il giorno successivo Fabio Sala gli telefonò per anticipare,
se possibile, il loro incontro al venerdì mattina,
in quanto poi sarebbe dovuto partire per Londra, dove il sabato
aveva un meeting.
Paolo Navini accettò di buon grado, anche perché
la moglie gli aveva telefonato entusiasta per aver ottenuto
gli spazi per una mostra dei suoi quadri e gli aveva chiesto,
con una certa insistenza, di aiutarla nell’organizzazione,
visto che era un manager, disse.
Alle 10 di venerdì, come concordato, il Direttore della
Produzione Neover entrò negli uffici della Promocom
e trovò l’amico Fabio Sala ad attenderlo. Contrariamente
a tanti loro colleghi, loro, pur essendo amici da tanti anni,
prendevano l’orario come un dato e non amavano attendere,
né farsi attendere.
Il senior partner della Promocom introdusse l’incontro
con una serie di schemi che aveva preparato.
La comunicazione, esordì, nella nuova logica d’impresa
può essere rivolta al pubblico interno ed esterno.
Nel primo caso rafforza l’integrazione tra le persone
e i reparti, scambiare le informazioni, creare spirito di
squadra. Nel secondo caso serve a “comunicare l’identità
aziendale”, cioè il complesso delle culture,
dei processi, delle persone, dei prodotti aziendali.
Queste due linee costituiscono la comunicazione integrata
dell’impresa.
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La
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